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Con un po' di ritardo rispetto a quelli che qualche mese fa ne avevano raccontato l'incredibile successo francese, ho letto anche io L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, questa ormai nota insegnante di filosofia che tutto ad un tratto si è ritrovata autrice di best-seller. Ed a dispetto di tutte le carinerie che avevo letto in giro ai tempi, vi dirò invece che l'ho trovato piuttosto insopportabile. Insomma: questa cosa dei personaggi socialmente defilati (la portinaia-protagonista, la ragazzina-genio, la colf-dolcissima) che nell'ombra di una portineria di un agiato condominio parigino incrociano le loro anime superiori compatendo l'umanità bolsa e supponente che si ritrovano tra i pianerottoli, beh, ecco l'ho trovata fastidiosa, ingenua e inutilmente superba.
Quasi come un paradossale classismo rovesciato in cui i grigi sono sistematicamente i migliori. Una visione del mondo patetica e atrocemente politically correct.
Essendo poi la superiorità dei personaggi costruita tutta sulla loro straordinaria intelligenza, nel libro si fa un gran parlare di Tolstoj, Marx e della bellezza della lingua scritta: miodio. (L'unico condomino che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze superiori dell'insospettabile portinaia è un signore - indovinate un po'? - giapponese che ama il sushi e Anna Karenina. Wow: che libro colto!). E poi ogni tanto il racconto si arresta per una pagina con un monologo - tutto scritto difficile, pieno di paroloni, vocativi, con le frasi sofferte e ritmate - incentrato sulla bellezza o sulla vita in genere o cose così.
Come fossero pagine scritte apposta per quei simpaticoni che sottolineano le frasi belle dei libri. Inoltre la protagonista parla spesso di camelie, i fiori. Cioè: non so se mi spiego.
Francamente - ad eccezion fatta per alcune pagine brillanti tratte dal diario della ragazzina cervellona, e che a tratti ricordano i discorsi formidabili di un altro ragazzotto sveglio - tutto il resto non poteva piacermi. Mi conosco.
Paolo Giordano - l'autore de La solitudine dei numeri primi - assesta un'altra spallata al totem libresco de Il Piccolo Principe. (Avanti così)
Cose che ho fatto dall'ultimo post ad oggi:
- Respirato
- Un altro numero di nano
- Cascate di caipiroske, analcolici alla frutta, intrugli liquorosi
- Concluso il mio primo (e ultimo) contest musicale
- Letto un po' di libri
- Letto un po' di blog
- Visto un po' di film
- Scritto 4 pagine di tesi ed una recensione per Sentieri Selvaggi
- Firmato un contratto (vago) con Il Mattino
- Respirato
Camilleri ha scritto un libro senza Montalbano. Non è nemmeno un romanzo giallo vero e proprio, anche se lentamente le vicende narrate acquisiscono comunque una certa ambiguità ed un certo grado di tensione. Quello che c'è, invece, è il consueto personaggio alter-ego - qui veramente ad un passo dall'autobiografico: il protagonista è anziano, in pensione, malato - la solita melodiosa scrittura in dialetto siciliano, l'ironia saggia. E soprattutto quell'invidiabile disinvoltura con cui riesce a costruire personaggi e situazioni con un'essenzialità ed una fantasia prodigiosa: il massimo della precisione con il minimo sforzo apparente. Come quelli che ti tirano due linee su un foglietto e tu, un secondo, e vedi già tutto.
Il Telegraph indica i 110 titoli di un'ideale libreria perfetta: nella mia stanza ce ne sono 8, se ho visto bene.
Io in fondo l'ho sempre saputo che un giorno - con tutti gli aneddoti da pub che si porta dietro, le goliardate in sala giochi e gli amori ingenui di provincia - Max Pezzali avrebbe scritto un libro.
(AllMusic)

Era da Crichton che non mi capitava di divorare un libro in pochi giorni. Ed è un libro italiano. Di 300 pagine. Tutto sommato un libro triste. Bellissimo.
C'ho messo un po' a finirlo, ma a causa più che altro di affaccendamenti multipli coincidenti. In verità l'ho trovato perfetto, di una potenza narrativa pazzesca e scritto come si scrivono i capolavori: senza trucchetti, senza schermirsi dell'enormità della propria storia, senza scorciatoie. E' l'effetto che fa Roth: l'effetto di uno che riesce ogni volta a scrivere esattamente quello che il racconto richiede, nulla di più e nulla di meno.
E' stato scritto negli anni del Sexygate clintoniano e fu un po' il modo con cui lo scrittore prese posizione contro il pruriginoso puritanesimo americano. Un'altra parabolona sull'America contemporanea costruita su un superprotagonista superletterario - che resterà per sempre impresso nella mente di chi legge: credetemi, non c'è verso - e su di una moltitudine di altri personaggi scolpiti nei dettagli e che insieme vanno a creare uno fondale umano di moralismi soffocanti e ipocrite convinzioni omicide. Vabbè se non si fosse capito a me è piaciuto. Se poi volete un parere serio: a Piperno no, per dire.
(I Miserabili)
Secondo Loredana Lipperini Fahrenheit 451 è stato spesso interpretato male, se non addirittura svilito. Il fatto è che non è soltanto un romanzo su quanto sono belli i libri.
E' la seconda volta che lo leggo e non è che non mi piaccia. No. Anzi: ad avercene. Trattasi di scrittore purissimo e potente, uno che se ne sta lontano anni-luce da ruffianerie commerciali o dai periodici trend editoriali. Una voce ispirata, solidissima, immediatamente riconoscibile nel panorama della narrativa italiana. E' solo che anche lui - come tanti giovani scrittori rampanti - c'ha questa cosa che non sopporto, una cosa che rivela secondo me un'insicurezza profonda e che mi fa puntualmente mettere via i suoi libri prima della fine.
Il fatto, con Genna, è che dentro ogni pagina senti palesemente lo sforzo dello scrittore ambizioso, la densità controllatissima e seriosa della narrazione, rintracci il gesto sofferto e calcolato della scrittura alta. E' un po' come se ti arrivasse l'urlo secolare di tutti i libroni che ha letto: la letteratura intera che ti schiaccia e tu che vorresti soltanto goderti il tuo bravo romanzo. E poi un'altra cosa: se ci tenete al vostro buon umore, Genna leggetelo solo nei giorni giusti. Nelle sere felici o nelle mattine di sole. Oppure non leggetelo.
Il classico tipo tutto fumo e poco genio: secondo il Guardian quell'Arthur Rimbaud è sempre stato incredibilmente sopravvalutato.
Il mondo dell'editoria - come tutti gli altri mondi del resto - vive da sempre di grandi mode: ultimamente a farsi un giro in libreria salta subito gli occhi che adesso va piuttosto forte il noir. Forse pure troppo. (Lo diceva anche Fofi, tra l'altro, qualche giorno fa).
(Internazionale)
Sia detto con tutto il rispetto per la letteratura mainstream, per chi meritoriamente vende centinaia di migliaia di copie, per quelli che così almeno la gente continua a leggere. Per carità, va bene tutto. E questa mia sarà pure una precisazione accessoria, un'aggiunta puntigliosa, a questo punto, mi rendo conto. Soltanto che sti libri di Fabio Volo - con il protagonista tenerone e svagato (identico a lui, parrebbe), il brillante filosofeggiar sulle inezie quotidiane ed i monologhi melensi di 5 pagine - non si possono leggere. Punto.
Non è che ai nuovi scrittori sudamericani non piaccia Gabriel Garcià Marquez, non credo. Solo che ormai non ne possono più di questi benedetti romanzi pieni di incantesimi, fantasmi, fiori e magie.
(FinancialTimes)

Uno compra un innocuo best-seller e tutto ad un tratto - un martedì mattina come un altro, prima di colazione - si imbatte nella cosa assolutamente più terrificante che gli sia mai capitato di leggere: 19 pagine di operazione chirurgica al cervello.
Il New York Times mette il romanzo di Saviano nell'elenco dei migliori 100 libri dell'anno. Il migliore in Italia.
Terminato lo strepitoso e voluminoso romanzone di Crichton, adesso, così come se nulla fosse, mi sono dato a Pynchon, a "L'incanto del lotto 49": un libro che se non lo avete letto, allora avete letto poco.
(Amazon)
Personalmente per cominciare a prendere sul serio qualcosa - voglio dire: anche le cose più impegnative e complesse - è necessario che il sottoscritto resti abbagliato dall'aria che ci tira dentro, da un aspetto, da una prima lettura magari superficiale, magari ingannevole. E però restare abbagliati. Insomma qui gli approcci metodici ad una determinata materia-argomento-disciplina non solo non hanno mai funzionato, ma hanno annientato qualsiasi altra eventualità di un contatto futuro, cancellato ogni possibilità di ulteriori appassionamenti. Poi invece capita di incrociare qualcosa per caso - farsi un'idea leggera, rapidissima - e ti viene già voglia di scivolarci dentro. Per esempio: io di fotografia non è che ne sapessi moltissimo, e manco m'era venuta voglia di saperne di più fino a ieri.
Però questa piccola collana, una specie di guida acuta e concisa attraverso (quasi) tutta la storia della fotografia, è esattamente il genere di testo che mi frega.
Per ogni periodo, una foto-esempio ed una paginetta con il relativo commento. Sto già pensando di prendere altra roba e cominciare a capirci qualcosa sul serio. Ci vorrebbe un libro così, lungo la strada, per tutto quello che non sappiamo.
Uno passa la notte a leggere un romanzone thriller interamente costruito sulle grandi campagne ambientaliste, sulle opposte teorie circa il riscaldamento globale e su tutto quello che c'è sotto: la guerra globale dell'informazione, milioni e milioni di dollari, megacomplotti governativi, eroici narcisismi e fanatiche mistificazioni, la scienza piegata dall'avidità criminale. Poi si addormenta, si rialza e hanno dato il Nobel ad Al Gore.
(Wikipedia, Times)
Pare che ultimamente negli Usa vadano matti per una che da ben pagata copywriter con lussuoso ufficio newyorkese è diventata dapprima tassista, poi blogstar ed adesso addirittura scrittrice.
(Panorama)
(Chi indovina la citazione nel titolo vince una pacca sulla spalla)
In Inghilterra il libro di Harry Potter, a forza di sconti e controsconti, costa sempre meno. (Mentre in Italia scontare un libro pare sia ancora piuttosto complicato.)
(Il Foglio)

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